sabato 8 novembre 2008

Per la lingua italiana

« Italian is considered by many to be the most beautiful of the world's languages. As the transmitter of the great culture of the Renaissance, its influence on the other languages of Western Europe has been profound. Besides being spoken in Italy, it is one of the four official languages of Switzerland, and is also widely spoken in the United States, Canada, Argentina, and Brazil. ...

« Italian is one of the Romance languages, and has remained closer to the original Latin than any of the others. …

« Italian is spoken/used in the following countries:

Argentina, Brazil, Canada, France, Holy See (Vatican City), Italy, Monaco (Principality of), San Marino, Slovenia, Somalia, Switzerland, United States of America. »

Non si tratta di un articolo scritto in inglese da un professore d'italiano un po’ “retrò”, ma della valutazione espressa in un sito commerciale americano che parla di tutte le lingue del Pianeta:

www.worldlanguage.com/Languages/Italian.htm


A proposito delle nostra bella e dolcissima lingua, che noi stessi tendiamo normalmente a sottovalutare, vi sono due classi di errori sui quali vorrei far soffermare l’attenzione dei Lettori (se non altro per aiutarli a far sgranchire i dentriti di qualche neurone impigrito): il progressivo oblio della latinità dell’italiano e l’invalsa mania di scimmiottare espressioni provenienti da culture diverse.


L'italiano, in effetti, non è solo una delle tante lingue neolatine, ma è il risultato dell'evoluzione diretta del latino di Cicerone, nella sua stessa terra, nel corso di 20 secoli. Questa lingua, parlata nella nostra Penisola dai discendenti dell'Arpinate e dei suoi compatrioti, da un certo momento in poi è stata adottata nella letteratura anche nella sua forma volgare, cioè quella parlata dal popolo. Questo idioma, ancorché volgare, era pur sempre latino, e tale continuò ad essere considerato fino a quando non si preferì chiamarlo italiano. Se tuttora l'italiano risulta essere un “latino senza le declinazioni”, dovremmo anche considerarlo come l'autentico “latino moderno”, espressione che appare invece impropria per la lingua artificiale del Vaticano (un latino fondamentalmente rimasto medievale, ancorché ingegnosamente esteso per adattarlo alle nuove esigenze).

In questa ottica, credo che il nostro dotto apprezzamento per l’idioma degli antichi Romani dovrebbe estendersi stabilmente anche a questa nostra povera lingua nazionale, rimasta così a lungo priva di ogni difesa di fronte ai micidiali attacchi recati, non tanto dalle orde barbariche provenienti dall'esterno, quanto dall'incosciente esterofilia dilagata fra noi per troppi decenni. Ed eccoci costretti, ad esempio, a chiamare computer e mouse questi attrezzi che usiamo quotidianamente e che gli anglofoni chiamano, nella loro lingua, calcolatori e topi; e più o meno lo stesso fanno i francofoni, sempre molto attenti alla salvaguardia della loro lingua: ordinateur e souris. La cosa ridicola è che, mentre noi siamo ormai condannati all'uso dei predetti due termini inglesi, quelle stesse parole riproducono due vocaboli perfettamente latini che hanno l'identico significato: computator (calcolatore) e mus (topo)!

Naturalmente si tratta solo di un piccolo esempio, ma la valanga di parole inglesi supinamente adottate dal nostro vocabolario di tutti i giorni ha delle dimensioni decisamente preoccupanti.


E qui mi riallaccio alla questione degli scimmiottamenti, in cui personalmente vedo due distinte manifestazioni, entrambe opinabili.

La prima è la scelta di utilizzare una parola straniera quando esiste un'equivalente parola italiana altrettanto appropriata. Lo vediamo in tutti i campi: authority al posto di autorità, devolution al posto di devoluzione, privacy al posto di privatezza, e così via. Anche nell'ambito delle cosiddette reti sociali, prevale la tendenza a dire community anziché comunità. In molti casi la preferenza per la parola straniera sottintende addirittura un'arbitraria alterazione del contenuto semantico originario del termine inglese: ad esempio, testimonial, che vuol dire semplicemente testimone, viene usato in italiano (ammesso che lo si possa chiamare italiano) con un significato legato alla mera notorietà del personaggio pagato per la pubblicità, sgravando implicitamente quest'ultimo dalla sua oggettiva responsabilità di testimone della qualità del prodotto pubblicizzato.

La seconda manifestazione dell'anomala smania di adottare senza riflettere qualsiasi nuova espressione che provenga dall'estero (per lo più dagli Stati Uniti, ovviamente) ed abbia una sufficiente apparenza esotica, consiste nel non accorgersi che si tratta di parole latine, nate ed affermatesi proprio a casa nostra. Ed ecco allora la tentazione di aggiungere una “s” finale a queste parole per metterle al plurale, come nel caso di curriculum, memorandum, addendum e simili; oppure in quello di sponsor, vocabolo anch'esso assolutamente latino. Il massimo dell'aberrazione viene raggiunto dall'ampia schiera di pseudo-colti che non rinunciano a sfoggiare il loro miglior accento texano nel pronunciare parole latine come media, plus, premium, senior e junior (*), che assumono di conseguenza le tipiche sonorità d'oltre-oceano: “mìdia”, “plas”, “prìmiom”, “sì-niah” e “giù-niah”…

Non ho mai sofferto il mal di mare, ma il mio stomaco, in questi casi, si ribella.



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(*) La parola latina si scrive iunior, ma è ammessa anche la grafia con la i lunga iniziale, fermo restando che in italiano i caratteri I e J sono considerati due forme di un’unica lettera, ovvero la nona lettera del nostro alfabeto.

martedì 15 aprile 2008

L’eredità di Roma

Questo testo costituisce la risposta che inviai a metà dicembre 2007 alla seguente domanda formulata nel Forum del sito Roma Aeterna da Paolo Marenco, presidente dell'associazione culturale La Storia nel Futuro:

" Domenico tu guardi al nostro passato, io lo leggo in chiave di costruzione di futuro. La mia domanda è: che ruolo ha avuto la storia e la cultura romana nel nostro essere oggi italiani (cioè: unici, diversi da tutti)? E ancora creativi, accoglienti, aperti, umili (aperti ad imparare), individualisti, pionieri....e grandi cuochi di grande cucina??
Pongo a te e ai tuoi lettori questa domanda ... mi interessano molto le risposte e le motivazioni che legano questa essenza a quel passato e quella storia. "


Ho atteso un poco ad inoltrare il mio parere per non interferire con eventuali altre risposte, ma vedo che non ne sono ancora giunte. Temo quindi che la domanda abbia creato qualche disorientamento proprio per il suo riferimento all'oggi. E' infatti innegabile che le lugubri cronache quotidiane diffondano nella società una sensazione di frustrazione e di inadeguatezza che mette a dura prova l'autostima collettiva.

L'argomento, di per sé, non è pertinente con le tematiche proprie di questo foro di conversazione, ma deve essere brevemente toccato poiché non è possibile rispondere alla domanda se non si mette a fuoco, innanzi tutto, cosa significhi essere Italiani. Questo dubbio, peraltro, è anch'esso una nostra peculiarità, visto che non potrebbe mai sfiorare né i cittadini delle altre grandi nazioni europee, né quelli degli stati minori di più recente costituzione. Ma anche questa stranezza ha un'origine antica.

Come possiamo dunque tratteggiare la nostra identità nazionale? Per dare un giudizio equilibrato occorre necessariamente sgomberare la mente da tutto quel ciarpame che quotidianamente ci viene propinato dai nostri miopi, incolti ed incoscienti "opinion makers", ostinatamente votati ad inculcarci il disprezzo verso ogni genuina espressione di italianità e la beota soggezione nei confronti delle culture altrui. Per nostra fortuna, vi sono dei convincimenti che permangono comunque fermamente radicati nella coscienza collettiva, quali, ad esempio, la bontà della nostra cucina, ovviamente; ma anche il nostro senso della pulizia (quella individuale e quella nelle nostre case), perlomeno se raffrontato agli standard di certi popoli europei ben più spocchiosi; le nostre glorie calcistiche ed in molti altri sport (come dimenticare quello splendido nostro maratoneta, Stefano Baldini, che giunse da solo nello stadio di Atene?); i nostri bolidi vincenti, come quelli con i leggendari marchi Ferrari, Maserati, Alfa Romeo, Ducati, Aprilia, etc.; i nostri vini ed i nostri spumanti, certamente non secondi a quelli d'Oltralpe; la moda italiana, rappresentata dai grandi stilisti di fama mondiale, ma anche dalla naturale eleganza della nostra gente; lo stile italiano nel mondo, nel design industriale, nella carrozzeria delle auto e nella grande architettura, come quella dI Renzo Piano e Massimiliano Fuksas; la bellezza delle nostre donne e la bravura dei nostri artisti dalla celebrità internazionale, come la Fracci, il compianto Pavarotti, Bocelli e la Pausini; i maggiori direttori d'orchestra, come Muti e Abbado; i grandi maestri del cinema, come Fellini, Antonioni, Germi, Monicelli e Visconti; le ripetute imprese dell'alpinismo italiano, sulle più dure cime, fino al K2 ed all'Everest, anche senza ossigeno; l'efficace presenza italiana nelle principali operazioni di pace e nelle postazioni più avanzate della ricerca scientifica, in Antartide e nello spazio. Tutte queste cose - che fanno parte del nostro patrimonio, come Totò, Carosello, la vecchia Cinquecento e la moka express - sono abbastanza conosciute e ci rappresentano in modo più completo dei soliti spaghetti, del cappuccino, della pizza, dei mandolini e della Mafia.

Ma questo non è tutto, perché sono ancor più importanti le molteplici aree di eccellenza attivamente presenti nella nostra società, cioè quelle solide e qualificanti realtà di cui si parla poco ma che operano incredibilmente bene; e ce ne accorgiamo solo di tanto in tanto, quando scopriamo, ad esempio, che, con l'imminente invio in orbita del laboratorio europeo "Columbus" (fra una ventina di giorni), più della metà dell'intera Stazione Spaziale Internazionale orbitante intorno alla Terra sarà di costruzione italiana.

Checché se ne dica, quindi, gli Italiani sono tutto questo: gente che sa impegnarsi seriamente e superare ogni difficoltà anche in mezzo a situazioni ambientali di lavoro non ottimali, e che riesce anche a raggiungere dei risultati straordinari, pur lavorando individualmente o nell'ambito di piccoli gruppi, con carenza di risorse e senza la certezza di un appropriato sostegno istituzionale.

Questa realtà odierna è perfettamente coerente con quella dei secoli passati, quando la nostra Penisola ha generato quelle straordinarie individualità che hanno regalato all'umanità le note musicali, la commedia dell'arte, l'Umanesimo, il Rinascimento italiano, il Nuovo Mondo, il metodo scientifico galileiano, il melodramma, la pila elettrica, il telefono, la radio e l'energia nucleare. Non vi è dunque alcuna esagerazione retorica nella nota frase incisa a caratteri cubitali sui quattro lati del Palazzo della Civiltà Italiana, all'EUR: "un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigratori".

Questa lunga premessa si è resa necessaria per poterci riferire agli Italiani reali e non a certe strampalate parodie che vengono spacciate come crude verità o utilizzate come satira a buon mercato, squalificando solo chi le propala e chi le prende per buone. Essendoci così messi in condizione di comprendere bene la legittimità ed il senso della domanda che ci è stata posta, possiamo iniziare a ragionare sulle possibili correlazioni fra il retaggio di Roma e le specificità degli Italiani odierni, in positivo ed in negativo.

La mia personale risposta, è bene precisarlo, non ha la pretesa di asserire delle verità incontrovertibili, poiché la mia effettiva competenza storica è inerente al solo settore navale e marittimo. Mi sento comunque in grado di dare un parere sufficientemente attendibile sul modo di pensare degli antichi Romani, poiché le ricerche storiche necessarie per la compilazione di "Classica" mi hanno condotto a leggere un enorme numero di opere latine e greche del mondo di Roma antica (in effetti, tutte quelle che sono risultate reperibili; in totale, vedo adesso che si tratta di 535 opere citate nella mia bibliografia, e di 245 autori antichi di cui ho riportato delle specifiche citazioni in "Classica"). Da questa lettura veloce non ho ovviamente analizzato e memorizzato tutto, ma solo le parti che erano direttamente o indirettamente utili alla mia ricerca. Dall'insieme ho comunque potuto trarre anche una discreta percezione della genuina mentalità degli autori.

Sulla base degli elementi desumibili dalle fonti antiche, risulta abbastanza evidente che, a grandi linee, tutte le virtù e tutti i vizi che ora ravvediamo negli Italiani fossero egualmente esistenti a Roma e nel mondo romano. Questo vale, ovviamente, con tutte le approssimazioni e le semplificazioni che comportano dei giudizi espressi in modo troppo generico e conciso. Non va, infatti, dimenticato che stiamo parlando delle caratteristiche di una popolazione la cui storia è stata ultramillenaria e che ha assorbito in sé buona parte delle culture incontrate nelle province di un impero che abbracciava tre continenti, oltre alle più disparate etnie, filosofie, religioni e superstizioni. D'altronde, al momento non siamo tanto interessati a distinguere le infinite mutazioni avvenute nel tempo, nello spazio e nelle varie fasce sociali di un mondo così complesso ed articolato, ma ci interessa solo sapere se le odierne caratteristiche degli Italiani siano state direttamente editate dagli antichi Romani o siano comunque imputabili in qualche modo al retaggio di Roma.

Al fine di circoscrivere ulteriormente l'argomento (perché altrimenti l'esame si estenderebbe oltremisura) mi limito ai soli aspetti specificati nella domanda:

- caratteri prevalentemente positivi: "creativi, accoglienti, aperti, pionieri .... e grandi cuochi di grande cucina";

- caratteri con possibili risvolti negativi: "unici, diversi da tutti; umili (aperti ad imparare), individualisti".

Mi auguro che, se vi saranno ulteriori interventi, questi vengano focalizzati anch'essi su questi aspetti, al fine di non disperderci in troppe direzioni.

Per la prima categoria di caratteri, confermo senz'altro il mio primo parere, cioè che li abbiamo tutti ereditati direttamente dai Romani antichi. Esaminiamoli in ordine logico.

Accoglienti ed aperti.

Qui vi è una delle peculiarità intrinseche dei Romani; questa fu la loro maggiore forza, ma questa fu anche la maggiore causa della loro vulnerabilità.

Roma è stata fondata da Romolo come una città aperta a chiunque volesse stabilirvisi. Questo concetto rimase sempre in vigore per tutti, a condizione, ovviamente, di sottomettersi alle leggi di Roma e di non costituire un pericolo per la sicurezza del popolo romano. L'accoglienza venne quindi sempre concessa a tutti, prescindendo da località di origine, lingua, etnia e religione. Gli stessi nemici che impegnavano i Romani in un confronto bellico erano destinati ad essere accolti fra gli amici ed alleati del popolo romano, poiché questo era l'epilogo normale di tutti i conflitti dopo la vittoria romana.

Tuttavia, questa connaturata voglia dei Romani di accogliere in amicizia gli ex nemici e di conferire molto presto anche la cittadinanza romana ai loro capi più rappresentativi creò delle situazioni di enorme rischio durante l'Impero, poiché questi neo cittadini non ancora intimamente romanizzati suscitarono alcune gravi sedizioni, determinando anche dei tremendi rovesci come quello - disastroso - di Teutoburgo.

Nel basso impero, poi, l'immissione nelle legioni, in forma sempre più massiccia, di barbari frettolosamente convertiti e solo virtualmente romanizzati, pose l'Impero stesso alla mercé di personaggi che non avevano assimilato praticamente nulla della civiltà romana. La stessa caduta dell'Impero d'Occidente fu causata da un ammutinamento interno capeggiato da Odoacre, che, pur appartenendo alla guardia del corpo dell’imperatore, privò quest'ultimo dei suoi poteri, senza nemmeno capire la portata del suo gesto.

Creativi e pionieri.

I Romani erano fondamentalmente dei pragmatici. Di fronte a qualsiasi impresa, di guerra o di pace, essi non agivano sulla falsariga di teorie preconfezionate, ma esaminavano la situazione caso per caso, e mettevano a punto delle linee d'azione che consentissero di conseguire lo scopo nel modo migliore, ma con il dispendio di forze strettamente necessario e con il minimo rischio.

Nel campo militare, è proprio questo quello che emerge costantemente dall'analisi delle loro battaglie terrestri e navali. Essi raggiunsero un enorme potere grazie alle loro indiscusse virtù guerriere, ma anche alla loro oculatezza nel non esporsi quando il risultato poteva essere ottenuto in altro modo (non sono infrequenti i casi di accordi sottobanco, di corruzione o di tradimenti fomentati con altri metodi). La cosa non è poi tanto sorprendente se ci si ricorda che Machiavelli diventò "machiavellico" dopo aver studiato le gesta dei Romani.

E gli Italiani? Le capacità militari degli Italiani sono state a lungo molto rinomate in tutta Europa, visto che i nostri condottieri ed i nostri eserciti erano i più gettonati. Più recentemente, superati diversi decenni di dopoguerra condizionati dal trauma della sconfitta e della guerra civile, ora sta ridiventando evidente la robusta stoffa dei nostri, la loro composta professionalità anche in situazioni di grande rischio, nonché la loro capacità di adattamento alle nuove situazioni, senza farsi irretire dagli schematismi. Nel Golfo Persico, nel1988/89, fummo i primi ad adottare la tattica più efficace per scortare le nostre navi mercantili in presenza di minaccia di mine alla deriva: all'inizio sembrò una soluzione strampalata, poi la adottarono tutte le altre maggiori marine presenti in quelle acque.

Nel campo civile, il pragmatismo romano li portò ad acquisire quanto c'era di buone nelle culture delle popolazioni alleate e delle province d'oltremare, perfezionando sensibilmente le soluzioni altrui e creando poi delle soluzioni proprie, assolutamente originali e maggiormente rispondenti alle esigenze. Lo si vede in tutti i campi delle costruzioni, terrestri (strade, acquedotti, terme, ponti, cisterne, etc.), marittime (porti, dighe foranee, moli subacquei, fari, canali navigabili, ville marittime, etc.) e navali (basti pensare alle navi di Nemi), nei vari altri prodotti dell'ingegneria (tubazioni, valvole, rubinetti, pompe, cuscinetti a sfera, ascensori, etc), nell'agricoltura, nell'itticoltura, nella medicina, nella geografia (anche attraverso diverse nuove esplorazioni), nel diritto, nella letteratura, negli spettacoli e nell'arte.

Degli Italiani non è nemmeno il caso di parlare, visto che questi sono tutti campi in cui la creatività si è mantenuta splendidamente.

Grandi cuochi di grande cucina

Il gusto dei Romani per i buoni cibi e per le ricette elaborate è molto antico, tanto che abbiamo anche dei frammenti di Ennio che ne parlano. Egualmente importante fu per i Romani la selezione dei vini migliori e la particolare cura di quelli più pregiati, come il celeberrimo Falerno. In epoca imperiale, con l'aumentare del benessere aumentò ulteriormente la ricerca delle prelibatezze più succulente, di cui ci sono pervenute celebri descrizioni. Da una tale passione per le ricette di alta cucina dell'epoca antica è evidentemente derivata la radicata nostra abitudine alla qualità del cibo e dei vini.

Per la seconda categoria di caratteri, quelli che hanno dei possibili risvolti negativi, direi che li abbiamo anch'essi ereditati tutti dai Romani, ma li abbiamo in parte accentuati proprio per effetto del retaggio di Roma. Esaminiamoli uno per uno.

Individualisti.

Nella concezione romana della società, il principale attore era l'uomo, ovvero l'individuo, e mai le grandi masse. Anche nella politica romana, le famose lotte fra il partito "popolare" e quello aristocratico non era una contesa per dare più potere al popolo nella sua globalità (ovvero come massa), ma per assicurare che dei membri della plebe potessero assurgere individualmente a quelle cariche che erano state per molto tempo prerogativa dei senatori o dei cavalieri. Dopo i Gracchi, i massimi esponenti dei cosiddetti popolari furono Mario e Cinna, seguiti poi da Cesare ed infine da Ottaviano. Tutte persone che hanno ricercato il potere per sé stessi e per i propri sostenitori, sia pure con la dichiarata volontà di andare incontro alle esigenze del popolo calpestate dalle prevaricazioni della classe senatoria.

I Romani erano dunque degli individualisti. Alcuni di essi non esitarono nemmeno a mettersi in contrasto perfino con la propria Patria quando si sentirono offesi nella propria onorabilità individuale: i casi più clamorosi sono quelli di Coriolano, rifugiatosi presso i Volsci, Mario, in Africa, e Sertorio, in Spagna.

Umili (aperti ad imparare).

Qui si può vedere, da un lato, un altro aspetto di quel pragmatismo di cui si è già parlato, e dall'altro una curiosità intellettuale tale, da attribuire maggiore importanza all'informazione ricercata rispetto alla dubbia soddisfazione non doversi mostrare bisognoso di spiegazioni. In effetti i Romani non avevano alcuna difficoltà a richiedere l'insegnamento altrui quando questo risultava più produttivo. Se riuscivano ad acquisire sufficienti informazioni per poter fare le cose in proprio e possibilmente migliorarle, lo facevano. Altrimenti continuavano a servirsi di insegnanti non Romani. Questo fece la fortuna dei Greci, che sapevano "vendere" bene le proprie conoscenze teoriche.

Nel caso dei Romani, tuttavia, non mi sembra del tutto appropriato parlare di umiltà, poiché questo non era un atteggiamento da essi concepibile. Forse per essi si trattava piuttosto di indifferenza.

Negli Italiani vi è certamente la stessa apertura ad imparare. Non so se potremmo definirla davvero umiltà (che ha un sapore di remissività e di subordinazione) o di semplice realismo e mancanza di spocchia.

Unici, diversi da tutti

I Romani lo erano per mentalità. Non si trattava ovviamente né di luogo d'origine, né di etnia, né di filosofia o religione. Chiunque, da qualsiasi parte provenisse, quando diventava romano assumeva quella mentalità. Questa mentalità era fondamentalmente universalista: il Romano si sentiva innanzi tutto cittadino del mondo, anche se privilegiava Roma e l'Italia ed avrebbe dato la vita per esse.

L'Italia, in effetti ebbe fin dall'inizio uno status particolare. Non venne mai considerata una "provincia" di Roma, ma una sorta di estensione dell'area di residenza dei Romani o delle loro gite fuori porta, come diremmo oggi. Questo comportò molto presto (per effetto della guerra Sociale) l'estensione della cittadinanza romana all'intera Penisola. Nel periodo dell'Impero, la distinzione fra Romani ed Italici finì per scomparire.

Dopo la caduta dell'Impero d'Occidente, il relativo territorio divenne preda di vari regni barbarici. Mentre questi regni, lottando fra di loro, iniziarono ad esaltare gli egoismi "nazionali" ed a forgiare in tal modo i primi abbozzi delle identità delle future nazioni europee, gli Italiani rimasero refrattari a tale processo, permanendo influenzati da quell'universalismo che li rendeva indifferenti al colore delle bandiere che transitavano sul loro territorio. Questo atteggiamento di fondo è rimasto in gran parte presente in tutti i secoli di dominazione straniera, ma non è stato nemmeno rimosso dopo l'unità d'Italia. Nonostante il patriottismo, certamente molto forte soprattutto nel periodo risorgimentale, quel radicato universalismo costituisce pur sempre la base della nostra mentalità. Questa unicità non è certamente un demerito, ma rappresenterà pur sempre una pericolosa vulnerabilità fintanto che negli altri paesi europei permarranno forti gli egoismi nazionali.

mercoledì 9 aprile 2008

Per la Riconciliazione Nazionale

Tutti conoscono quella immane tragedia che l’8 settembre 1943 colpì direttamente l'Italia, trovatasi all'improvviso spezzata in due, sia sotto l'aspetto del controllo militare e della sua malfida copertura istituzionale (soggetta, da entrambe le parti, all’arroganza straniera), sia – e questa fu certamente la conseguenza più triste – nella coesione nazionale, penosamente incrinatasi nell'intimo della coscienza di ogni singolo cittadino.

Da un lato vi erano tutti quelli travagliati da una profonda ed irreversibile crisi di rigetto del fascismo, colpevole soprattutto di averli trascinati in una situazione non più sostenibile, dall’altra quelli convinti di dover continuare a combattere la guerra intrapresa e di onorare fino in fondo gli impegni assunti nell’alleanza tripartita. Pur essendo schierate l’una contro l’altra, entrambe le parti erano accomunate dai più alti ideali perfettamente coincidenti, ancorché contemplati da punti di vista opposti: il patriottismo (il “secondo Risorgimento” degli uni e la lotta “per l’onore d'Italia” degli altri), la difesa contro l’oppressione nemica (da una parte, la brutale occupazione dei Tedeschi; dall’altra, i bombardamenti a tappeto sulle città e su altri obiettivi non militari), la lealtà e la dignità (da un lato la fedeltà al Re, cui i militari avevano prestato giuramento, ed il ripristino delle libertà democratiche; dall’altro la rettitudine nei confronti degli alleati, la coerenza e la salvaguardia dell’onore militare). Naturalmente vi furono – da una parte e dall’altra – anche delle canaglie e dei cinici opportunisti, che approfittarono del disorientamento generale per perseguire finalità tutt’altro che nobili. Ma la stragrande maggioranza degli Italiani pervenne alle proprie scelte con la massima onestà intellettuale, lasciandosi condurre dal proprio intimo senso del dovere, entro i limiti di quanto obiettivamente consentito dalle durissime necessità del momento. E spesso anche ben oltre questi limiti, con un coraggio ammirevole.

Se, dunque, risulta possibile ritrovare delle motivazioni similari e un’indole comune in tutti gli Italiani schierati nei campi contrapposti, appare sommamente iniquo – oltre che ingeneroso – celebrare la ricorrenza della Liberazione come la festa della vittoria della mezza Italia retta e nobile sulla mezza Italia bieca ed ignobile. Molto meglio sarebbe, invece, ispirarsi all’antica norma romana che non riteneva lecita alcuna pubblica manifestazione di gioia per i successi ottenuti in un conflitto armato combattuto contro dei concittadini.

Per quanto ci riguarda direttamente, a distanza di oltre 60 da quella lacerante lotta fratricida, si dovrebbe finalmente poter riconoscere che l’intera Italia deve andare fiera di aver felicemente superato la tremenda prova della guerra civile, ovvero quella comune tragedia le cui sofferenze sono state subite da tutti, e da tutti affrontate con eroico coraggio, mitigandone in parte le conseguenze grazie al prevalente senso di umanità della nostra gente, e consentendo infine alla Patria di risorgere a nuova vita, con intraprendenza e rinnovate energie, nel benefico clima della ripristinata libertà e della democrazia.

Una lettura storica così distaccata da ogni residuo rancore ideologico e da ogni recriminazione sugli errori politici e militari commessi da una parte e dall’altra, potrebbe avere per tutti un triplice vantaggio. Innanzi tutto porrebbe al centro della storia il Popolo italiano – cioè quell’entità antica e perenne che è ora “sovrana” dell’odierno sistema democratico – anziché gli effimeri decisori politici e militari, degni o indegni, che si sono alternati durante i 20 mesi di quella straziante sciagura. In secondo luogo, agevolerebbe il superamento dei frustranti sensi di colpa nazionali per la guerra persa e per le ambiguità post-armistiziali, visto che ci abituerebbe ad affermare a testa alta che gli Italiani, nel loro complesso, hanno saputo ammirevolmente superare una prova ben più ardua di quanto sia capitato agli altri belligeranti. Infine, essa consentirebbe di attuare in modo effettivo e credibile quella riconciliazione nazionale che viene sempre più insistentemente auspicata da più parti, ma che non ha finora trovato alcun autorevole artefice.

Ora noi abbiamo la fortuna di avere, proprio in questi anni, il solo Presidente della Repubblica in grado di concretizzare finalmente tale riconciliazione. Ciò in quanto, innanzi tutto, egli mostra di voler davvero essere al di sopra delle parti; inoltre, egli ritiene che la necessità di guardare al futuro vada anteposta al ricordo delle lacerazioni del passato (*); infine, la sua originaria collocazione politica può consentirgli di promuovere il necessario affinamento delle commemorazioni resistenziali (pervenendo a celebrare degnamente la Liberazione dell’Italia, come una festa comune di tutti gli Italiani, nessuno escluso) senza tema di venir tacciato di vicinanza ideologica con gli ex-repubblichini.

(*) Tale atteggiamento è presente anche in politica estera, come si è visto proprio in questi giorni dalle sue dichiarazioni alla stampa in occasione della visita effettuata in Slovenia (14 gennaio 2008): “Pur senza dimenticare le tragiche lacerazioni del passato, dobbiamo guardare e lavorare insieme all'ulteriore sviluppo della costruzione europea, che rappresenta il quadro nel quale collocare il superamento di qualsiasi residua dolorosa incomprensione”.

Tratto dal testo ufficiale pubblicato sul sito del Quirinale

http://www.quirinale.it/Discorsi/Discorso.asp?id=34786